parco nazionale del gran sasso e monti della laga
Il parco del Gran Sasso e Monti della laga
Benvenuti nel Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga, una delle aree protette più estese e preziose d’Europa. Qui i prodigiosi tesori della natura convivono da millenni con l'altrettanto rilevante patrimonio culturale delle civiltà locali: un armonico equilibrio tra esperienze umane e forze naturali. Borghi antichi, siti archeologici, castelli, santuari, abbazie, chiesette rupestri, eremi e grotte costellano i sorprendenti paesaggi montani del Parco, una natura eccezionalmente ricca di foreste, sorgenti, cascate, praterie, altopiani, vertiginose creste e impressionanti pareti rocciose. È un’immensa risorsa, fatta anche di artigianato, produzioni tipiche, enogastronomia e folklore, da tutelare, valorizzare e promuovere attraverso la messa a punto di intelligenti itinerari turistici culturali. Vi invito a visitare gli ambienti naturali e i paesaggi più caratterizzanti del Parco, attraverso insoliti percorsi nella natura alla scoperta dei luoghi più magici e meglio conservati.
I numeri del parco Nazionale del Gran Sasso Monti della Laga:
150.000 ettari
3 Regioni
5 Province
44 Comuni
8 Comunità Montane
31 Amministrazioni separate e comunanze agrarie
2300 specie vegetali superiori
350 camosci appenninici
40 lupi
15 coppie di falco pellegrino
50 cervi
5 coppie di aquile reali
2600 specie vegetali
81 patriarchi arborei tutelati
40 specie di piante a rischio di estinzione
3 stazioni di Adonis vernalis, estinta in Italia
La presenza fisica dell'Ente sul territorio è garantita da una strategica e funzionale rete di strutture amministrative-tecnico-scientifiche e promozionali che favoriscono il contatto diretto e continuativo con le popolazioni residenti, le istituzioni locali e sempre più numerosi visitiatori. Si tratta ormani di un riconosciuto "bene collettivo" attorno al quale, nella condivisione di scelte e percorsi partecipati a favore di un ambiente montano che di fatto costituisce un “monumento europeo alla biodiversità”, si stringono oggi amministratori, forze socali e cittadini.
È un territorio cerniera tra la regione euro-siberiana e quella mediterranea, in cui si localizza la montagna più elevata dell’Appennino che racchiude l’unico ghiacciaio dell’Europa meridionale. La posizione geografica, l’altezza raggiunta dalle montagne, nonché la differente geologia dei rilievi: calcari e dolomie sul Gran Sasso e sui Monti Gemelli, arenarie e marne sui Monti della Laga, determinano una straordinaria ricchezza di specie animali e vegetali, nonché una varietà di ecosistemi e paesaggi davvero unica.
Il Parco ospita numerose specie faunistiche e floristiche esclusive di quest’area, inoltre gli animali più rappresentativi dell’Appennino quali il lupo, il camoscio d’Abruzzo, l’orso, l’aquila reale o il biancone che evocano con forza una natura primordiale e selvaggia. La millenaria opera dell’uomo si è integrata in maniera armonica in questo superbo contesto ambientale arricchendolo ulteriormente. Antichi paesaggi agrari e pastorali quali i campi aperti, i mandorleti, i monumentali boschi di castagno, i geometrici orti fluviali, sono solo alcuni dei risultati del lavoro di generazioni di contadini e pastori. Ogni valle conserva ancora le sue antiche varietà colturali, gelosamente custodite come si deve a ciò che c’è di più prezioso dell’eredità dei padri. Si coltivano tuttora le lenticchie ad oltre 1500 m di quota, la pastinaca, lo zafferano, la solina, l’antico grano tenero conosciuto già in epoca romana, l’aneto o il coriandolo.
dove andare nel Parco Nazionale del gran sasso i sentieri del gran sasso
Distretto "Tra i Due Regni"
Sul confine tra l’Abruzzo e le Marche, che ha separato per secoli lo Stato Pontificio dal Regno di Napoli, l’angolo nord-orientale del Parco offre atmosfere e paesaggi molto diversi tra loro. In basso, accanto alla tortuosa statale 81 che unisce Ascoli Piceno a Teramo, spesso percorsa da un traffico molto intenso, le storiche cittadine di Civitella del Tronto e Campli, con i loro monumenti, sorvegliano le colline che digradano verso l’Adriatico.
Dominata dalla più celebre fortezza dell’Abruzzo, Civitella ha difeso per secoli il confine settentrionale del Regno di Napoli, e ha visto capitolare nel 1861 la guarnigione borbonica solo al termine di un lungo assedio. Campli merita invece una sosta per scoprire la trecentesca collegiata di Santa Maria in Platea e il Museo Archeologico dove sono esposti i reperti della necropoli italica scavata nella vicina Campovalano.
Ripide e rocciose sul versante rivolto alle colline e al mare, la Montagna di Campli e la Montagna dei Fiori – le “Montagne Gemelle” della tradizione teramana – si affacciano a ovest, in direzione della Laga, su un altopiano punteggiato da borghi dove il tempo sembra essersi fermato.
Le Gole del Salinello, che separano le due cime, sono uno dei canyon calcarei più spettacolari dell’Appennino, ospitano l’aquila reale e sono scandite dalle rapide e dalle cascate del torrente. Le sorvegliano dall’alto i ruderi di Castel Manfrino, un fortilizio di origine antica, ricostruito dai Longobardi e poi nuovamente dagli Svevi, che controlla l’antica via di comunicazione che attraversa a mezza costa le Gole. Più a nord, in territorio marchigiano, il borgo medievale di Castel Trosino è affiancato da una necropoli che ricorda la presenza dei Longobardi in questa zona.
Accanto alle fortezze e alle “caciare”, delle eleganti capanne pastorali in pietra a secco analoghe a quelle della Majella e del Gargano, le Gole del Salinello e le Montagne Gemelle ospitano numerosi eremi medievali. La strada che raggiunge la forra da Ripe, frazione di Civitella del Tronto, è stata chiusa al traffico dal Parco, e offre una splendida e facile passeggiata la caverna, frequentata a scopo di culto dal Neolitico, che ospita dal Medioevo l’eremo di Grotta Sant’Angelo.
Un difficile sentierino che richiede esperienza di arrampicata s’inerpica dal fondo delle gole verso l’eremo di Santa Maria Scalena. Un percorso più comodo, ma sempre su terreno ripido, porta dal valico della Croce di Corano all’eremo di Sant’Angelo in Volturino. Itinerari più semplici conducono ai pochi resti di San Francesco alle Scalelle e degli altri piccoli eremo della zona.
Non ci sono problemi nemmeno per seguire i sentieri che salgono verso il Monte Foltrone, “tetto” della Montagna di Campli, e il Monte Girella che segna il culmine della Montagna dei Fiori. Anche se più basse di quelle della Laga e del Gran Sasso, queste due magnifiche cime meritano senz’altro una visita, e offrono splendidi panorami verso i due massicci più elevati, la catena dei Monti Sibillini e la costa.
Distretto "Cascate e Boschi"
“A perdita d’occhio alberi per una superficie di trenta chilometri quadrati, senza alcun sentiero. Dovevamo farci strada con la scure e la roncola, tra i tronchi e i virgulti, tra i rovi, le piante e le erbe arboree”. Così, alla fine dell’Ottocento, l’abate teramano Giacinto Pannella, appassionato escursionista, descriveva una camminata nelle foreste del versante orientale della Laga. Da allora molte seghe e molte scuri si sono abbattute sui boschi Martese, di Selva Grande, e di Langammella come sul resto dell’oceano verde che in passato rivestiva queste montagne.
Anche oggi, però, la “piena immersione” nei boschi del versante tramano della Laga è una delle più suggestive esperienze possibili all’interno del Parco. Accanto al faggio, re delle foreste appenniniche, i boschi della Laga vedono la presenza dell’abete bianco, in ripresa dopo i tagli del passato. Tra i faggi compaiono annosi esemplari di tasso, al margine inferiore della foresta sono grandi querce isolate e splendidi castagneti da frutto. I castagni plurisecolari intorno a Morrice sono tra i patriarchi vegetali più suggestivi dell’Appennino.
Il Monte Gorzano, il Pizzo di Moscio, il Pizzo di Sevo e le altre vette più elevate della Laga sorvegliano questi boschi dall’alto, e possono essere raggiunte solo al termine di lunghe e faticose camminate. Dei sentieri meno ripidi conducono alle cascate della Morricana, della Cavata e dell’alta valle del Tordino, che le acque del disgelo rendono spettacolari e poderose a primavera. Chi si avvicina camminando a questi salti sente il rumore dell’acqua ben prima di trovarsi davanti alla cascata.
Ombre in movimento, rami che si spezzano e fruscii segnalano all’escursionista la presenza degli animali. Vivono in queste foreste il lupo, il gatto selvatico, il tasso, la faina, il ghiro e lo scoiattolo, qui presente come in tutto il Parco con la varietà meridionale dal pelo scuro. Nelle aree più remore vivono il picchio rosso mezzano e la balia dal collare e compie le sue battute di caccia l’astore, uno dei rapaci più rari dell’Appennino.
Il terreno “arato” con le zanne in cerca di radici e tuberi segnala la presenza dei cinghiali. All’alba e al tramonto, con un po’ di fortuna, è possibile vedere i caprioli. Il cervo, signore delle nostre foreste, è stato cacciato fino all’estinzione nell’Ottocento ed è stato reintrodotto dal Parco all’inizio del 2004. Trovarselo davanti su un sentiero è un’emozione ancora rara, e che proprio per questo resta impressa a lungo nel cuore.
All’escursionista il versante teramano della Laga offre un’ampia scelta di percorsi. Mentre il viottolo che attraversa il Bosco Martese è comodo e alla portata di tutti (e può essere seguito anche in mountain-bike), e lo stesso può dirsi per le passeggiate tra i grandi castagni di Morrice, gli itinerari che salgono verso il crinale e le vette sono più lunghi e faticosi. I sentieri che raggiungono e seguono i fossi della Morricana e della Padula offrono l’incontro con alcuni dei luoghi più selvaggi e delle cascate più impressionanti della catena e del Parco.
Distretto "Strada Maestra"
Una delle strade più antiche dell’Appennino percorre la sinuosa vallata che separa il Gran Sasso dalla Laga. Scavato nei millenni dalle acque del Vomano, il solco scende dal Passo delle Capannelle alle colline di Montorio, ed è stata percorso per duemila anni da una delle strade più importanti dell’Appennino. Negli anni Ottanta l’apertura del Traforo del Gran Sasso ha riportato il silenzio in questi luoghi, ma ha dato un serio colpo all’economia della zona. Vent’anni dopo il Parco si è messo al lavoro per riportare i visitatori in questa magnifica zona nel cuore dell’area protetta.
L’elenco degli interventi portati a termine o in progetto include un ristorante, tre foresterie, alcuni musei tematici e diciotto aree di sosta. Molti borghi dei due versanti della valle sono mète di grande interesse. A nord, ai piedi della Laga, sono Cortino con la sua abetina, Crognaleto con la chiesa della Madonna della Tibia, Cesacastina da cui si sale al Fosso dell’Acero (o delle Cento Cascate), la piccola Senàrica che tra il Tre e il Seicento fu addirittura alleata di Venezia e Piano Vomano da cui si sale a Piano del Vento e ai resti di una fortezza italica.
Dalla parte del Gran Sasso si raggiungono invece Nerito, Fano Adriano e Pietracamela, base per le ascensioni ai due Corni, che conserva un suggestivo centro storico dominato da torrioni rocciosi. Dove la valle si allarga sui colli sorge Montorio al Vomano, che conserva interessanti monumenti come la chiesa di San Rocco, costruita a partire dal 1527.
Chi ama la natura non deve trascurare il Lago di Campotosto, a 1313 metri di quota, che ha preso il posto alla fine degli anni Trenta di una distesa di acquitrini e torbiere. Magnifico belvedere sulla Laga e il Gran Sasso, il bacino è affiancato dai paesi di Campotosto – il Comune più alto del Parco, ricostruito dopo il terremoto del 1703 – e di Mascioni. D’estate il lago è frequentato dagli appassionati del windsurf e della canoa. Per buona parte dell’anno vi si osservano la gallinella d’acqua, la folaga, la moretta tabaccata e il falco pescatore. In primavera ed estate danno spettacolo le danze di corteggiamento degli svassi.
L’estensione e la varietà del distretto della Strada Maestra fa sì che chi cammina possa scegliere tra ambienti, atmosfere e livelli di impegno molto diversi. Alle brevi passeggiate panoramiche, come quelle da Campotosto al Monte Cardito o dai Prati di Tivo alla Cima Alta, si affiancano classiche camminate nel verde come le escursioni in Val Maone e lungo il Fosso dell’Acero (o Valle delle Cento Cascate).
Itinerari più lunghi e impegnativi portano verso le cime del Monte Corvo, del Monte Gorzano e del Corno Grande, che con i suoi 2912 metri è il “tetto” della catena del Gran Sasso e del Parco. Non ci sono difficoltà, invece, una volta sciolte le nevi dell’inverno, per salire dall’Arapietra verso il Vallone delle Cornacchie, il rifugio Franchetti e il Calderone. Pareti di aspetto dolomitico e il ghiacciaio più meridionale d’Europa compongono il più bell’itinerario di alta montagna dell’area protetta.
Distretto "Valle Siciliana"
Altre colline italiane sono più famose di queste, ben poche sono altrettanto spettacolari. Ricca di borghi, di casali e di chiese come le più celebrate campagne della Toscana e dell’Umbria, la Valle Siciliana è a due passi da Teramo e dal mare, ed è accessibile comodamente, grazie al Traforo del Gran Sasso, da L’Aquila e Roma.
A rendere straordinarie le colline traversate dal Mavone e dal Fiumetto, però, sono le montagne che fanno loro da sfondo. Domina il paesaggio il Paretone, la muraglia calcarea che precipita per milleseicento metri di dislivello dalla Vetta Orientale del Corno Grande. Nelle giornate serene si vedono la Farfalla, lo strapiombo giallastro creato da una ciclopica frana nel 1897, e i quattro imponenti Pilastri che offrono agli alpinisti le vie di arrampicata più dure. A destra del Paretone, contro il cielo, compaiono le torri del Corno Piccolo. A sinistra, oltre ai boschi del Monte Brancastello e del Monte Prena, si alza la parete Nord del Camicia, più bassa ma ancora più selvaggia del Paretone.
Di fronte ai monumenti della natura si alzano quelli eretti nei secoli dall’uomo. A Tossicìa, l’antico capoluogo della valle, sono le belle chiese medievali di Santa Maria Assunta e di Sant’Antonio Abate. Isola del Gran Sasso conserva un notevole borgo fortificato e la parrocchiale di San Massimo. La statale 491, che serpeggia verso la costa, porta alla chiesa di San Giovanni ad Insulam (XII-XIII secolo) e prosegue verso Santa Maria di Ronzano, che ospita uno dei cicli di affreschi più antichi dell’Abruzzo.
Tra Isola e Colledara, il santuario di San Gabriele dell’Addolorata è il più frequentato dell’Abruzzo. La grande sala, inaugurata nel 1985 da Papa Giovanni Paolo II, può accogliere diecimila fedeli. La mèta d’arte da non perdere in questa zona è però Castelli, il paese della ceramica, dove numerose aziende proseguono anche oggi quest’antica tradizione. Nata nel Medioevo, l’arte della ceramica castellana ebbe il suo periodo più fecondo tra il XV e il XVII secolo. Oggi, nei pressi del paese, meritano una visita il Museo della Ceramica nell’ex-convento francescano di Santa Maria di Costantinopoli e la chiesetta di San Donato, con il suo soffitto composto da 800 mattonelle, che Carlo Levi ha definito la chiesetta ìla Cappella Sistina della maiolicaî.
Ben nota a chi viaggia tra Teramo e L’Aquila (o Roma), la Valle Siciliana è poco nota agli appassionati di sentieri. E’ un errore. Una fitta rete di facili percorsi, in buona parte individuati e segnati dal Club Alpino Italiano e dal Parco, collega tra loro i paesi e offre piacevoli passeggiate tra campi e boschi, in vista delle grandi montagne. Lungo questi percorsi meritano una sosta piccole frazioni, eremi, mura di antichi castelli.
Poco più in alto, i sentieri verso il Fondo della Salsa o ai piedi del Paretone consentono anche a chi non pratica l’alpinismo di ammirare da vicino alcune delle più spettacolari architetture naturali del Gran Sasso. La natura selvaggia e l’uomo, qui, sembrano darsi la mano.
Distretto "Grandi Abbazie"
Tra il Gran Sasso e la Majella, una forra battuta perennemente dal vento mette in comunicazione gli altipiani dell’Abruzzo interno con il litorale adriatico. Traversate dalle mulattiere degli Italici e poi dalla Via Tiburtina romana, le Gole di Popoli sono oggi percorse dalla ferrovia, dalla statale e dall’autostrada che collegano Roma e la costa tirrenica con Pescara.
Qui il Parco che tutela i Monti della Laga e il Gran Sasso confina con quello che protegge la Majella, la “montagna madre” della tradizione abruzzese. Alzando gli occhi verso il cielo, le rocce del Monte Picca e del Monte di Roccatagliata a nord ovest e quelle del Morrone a sud est segnalano che la natura selvaggia è vicina. Lasciandosi alle spalle le Gole, strade brevi ma tortuose portano a gioielli di natura come l’altopiano del Voltigno, circondato da fitte faggete, il canyon del Vallone d’Angri e la cascata del Vitello d’Oro.
Anche la storia è un richiamo importante per questi luoghi. Se la Majella, “il Libano di noi abruzzesi” di cui ha scritto Ignazio Silone, ospita gli straordinari eremi legati a Fra’ Pietro da Morrone, poi papa Celestino V, e ad altri uomini di fede, sul fondovalle e nel versante sud-orientale del Gran Sasso sorgono le più importanti abbazie dell’Abruzzo.
San Clemente a Casauria, la più famosa di tutte, emoziona il visitatore con gli eleganti bassorilievi dei tre portali e del portico, con la silenziosa eleganza dell’interno, con la ricchezza dell’ambone scolpito da frate Giacomo da Popoli e del candelabro per il cero pasquale ricavato nel Duecento da una colonna romana in granito. Fondata nell’871, l’abbazia fu devastata dai Saraceni nel 920 e dai Normanni nel 1076 e nel 1097, ed è stata ricostruita tra il 1176 e il 1182. Poco dopo vi fu redatto il Chronicon casauriense, un documento fondamentale per conoscere la storia dell’Europa medievale.
Occorre allontanarsi dal fondovalle per raggiungere la Badia di San Bartolomeo della Nora, fondata nel 962 e rifatta nei secoli XII e XIII, che conserva un severo portale architravato, un interno semplice e suggestivo e un bellissimo soffitto a mattonelle. Solo pochi ruderi circondati dai rovi, nei pressi di Villa Celiera, segnalano invece la presenza di Santa Maria Casanova, la prima abbazia cistercense dell’Abruzzo.
Agli escursionisti il versante pescarese del Gran Sasso offre itinerari molto diversi da loro, spesso piacevoli anche in primavera avanzata e in autunno, e non di rado torridi nel cuore dell’estate, che permettono di apprezzare ambienti di grande suggestione. Le grandi cime sono lontane da questi luoghi.
I richiami per chi cammina, in questa zona del massiccio, sono l’altopiano di pascoli del Voltigno, il selvaggio canyon del Vallone d’Angri, le bizzarre guglie dei Merletti e il selvaggio imbuto del Gravone, il canalone che incide il versante nord-orientale del Monte Camicia. L’area faunistica in territorio di Rigopiano consente di avvistare senza alcuna difficoltà i camosci, reintrodotti in questa parte del massiccio nel 1992.
Distretto "Valle del Tirino"
Le acque del versante meridionale del Gran Sasso tornano alla luce in due delle sorgenti più belle e copiose dell’Abruzzo. Il Tirino, tra i fiumi più limpidi e suggestivi dell’Appennino, nasce dalle spettacolari risorgive di Capo d’Acqua e Presciano, e si dirige a sud est affiancato da vasti canneti e da alberi rari come il salice cinerino.
Non occorre andare cosÏ vicino all’acqua, però, per scoprire il fascino di questo settore del Parco. L’arida conca di Ofena, tradizionalmente indicata come “il forno degli Abruzzi” ospita da anni dei vigneti pregiati. La statale che scende da Navelli a Popoli attraversa la solenne pianura dove nel 1934 è stato ritrovata la statua del Guerriero di Capestrano, simbolo dell’Abruzzo antico e dell’intero mondo italico, oggi esposta nel Museo Archeologico Nazionale di Chieti.
Sorveglia la piana il centro storico di Capestrano, dove spiccano il turrito Castello che è appartenuto ai Piccolomini e ai Medici e il convento e la chiesa di San Giovanni da Capestrano, del tardo Quattrocento. Le pareti calcaree del Monte di Roccatagliata dominano Bussi sul Tirino, centro industriale che conserva un integro borgo medievale. A pochi metri dalla statale che collega la conca aquilana a Popoli sono i ruderi della chiesa di Santa Maria di Catignano, costruita poco dopo il Mille come parte di un’abbazia benedettina e i cui affreschi sono conservati al Museo Nazionale de L’Aquila.
Il monumento più importante di questo settore del Parco, però, è la chiesa di San Pietro ad Oratorium, l’unico edificio arrivato fino ai nostri giorni dell’abbazia fondata nel 752 dal re longobardo Desiderio, che conserva un bel portale romanico e degli importanti affreschi del XII secolo.
Tradizionalmente poco frequentata dagli escursionisti, la zona è ben nota ad altri amici della natura. Gli appassionati di canoa si danno spesso appuntamento sulle acque limpide del Tirino. Chi preferisce il birdwatching può osservare la gallinella d’acqua, il porciglione e il martin pescatore, tutte specie nidificanti che si possono osservare tutto l’anno, e i tuffetti, le folaghe, le anatre e gli aironi che sostano accanto al Tirino solamente d’inverno.
Il valico di Forca di Penne, sorvegliato da un severo torrione medievale, offre una comoda via di comunicazione tra l’Abruzzo aquilano e le colline di Pescara, e permette quindi al birdwatcher di osservare numerose specie di migratori. Le strade sterrate che corrono accanto al fiume si prestano a itinerari in bicicletta o a cavallo.
Anche chi ama camminare, però, può trovare itinerari interessanti in questo distretto del Parco. Dall’ampia sella di Forca di Penne, che merita un’esplorazione a piedi, inizia il ripido sentiero nel fitto bosco che sale alla vetta del Monte Picca, una delle cime meno note e più sorprendenti del Gran Sasso. Itinerari più comodi sono possibili accanto al Tirino, tra i vigneti e le storiche pagliare di Ofena o tra quest’ultima e Villa Santa Lucia degli Abruzzi. Anche le basse quote del Parco offrono itinerari e sorprese.
Distretto "Terre della Baronia"
“Campo Imperatore, potrebbe benissimo essere Tibet: ricorda la pianura sconfinata di Phari Dzong, a 4200 metri, sulla via tra l’India e Lhasa”. Le parole di Fosco Maraini, orientalista e alpinista fiorentino che visitò per la prima volta il Gran Sasso alla fine degli anni Trenta, introducono nel modo migliore alla vastità di Campo Imperatore, il più esteso altopiano dell’Appennino, che si allunga ai piedi delle vette più orientali del Gran Sasso.
Sul pianoro, indicato in passato come Campo Radduro o Campradore, hanno pascolato per secoli, in estate, centinaia di migliaia di pecore. E’ il valore di queste sconfinate distese erbose a spiegare perchÈ altri fiorentini famosi – la famiglia dei Medici, che basava la sua ricchezza sulla lavorazione della lana – abbiano acquisito nel 1579 terre e feudi al margine meridionale dell’altopiano. A Santo Stefano di Sessanio, uno dei più perfetti borghi medievali del Parco, lo stemma della Firenze medicea accoglie ancora oggi il visitatore.
Sono stati dei signori locali, i baroni di Carapelle Calvisio, a dare invece il nome al distretto del Parco che include Campo Imperatore e i brulli pendii che salgono verso l’altopiano dalla conca aquilana e dalla Piana di Navelli. Sorgono in questa zona, oltre a Santo Stefano di Sessanio, i recinti fortificati (“ricetti”) di Barisciano, Castel del Monte, Castelvecchio Calvisio e San Pio delle Camere.
Castel del Monte, porta dell’altopiano per chi arriva dalla Piana di Navelli, ospita alcune belle chiese e il “Circuito Culturale”, un museo diffuso dedicato alla storia e ai mestieri tradizionali. Calascio, che si affaccia sulla Piana di Navelli e il Sirente, conserva la parrocchiale di San Nicola e il convento di Santa Maria delle Grazie. A metà strada tra i due paesi, la Piana di San Marco separa il centro italico fortificato di Colle della Battaglia da un abitato medievale riportato alla luce da poco.
Simbolo di questo settore del Parco, oltre a Campo Imperatore, è però Rocca Calascio, uno dei castelli più fotografati d’Italia. Fondata intorno al Mille, appartenuta agli Acclozemora, ai Piccolomini e ai Medici ed è stata arricchita alla fine del Cinquecento con le quattro torri cilindriche che la rendono riconoscibile da decine di chilometri di distanza. Il borgo ai piedi del castello è in restauro. Lo sguardo, da qui, raggiunge il Corno Grande e la Majella.
Spesso percorso anche a cavallo, in mountain-bike o sugli sci da fondo (gli anelli della parte orientale di Campo Imperatore sono tra i più spettacolari d’Italia), questo settore del Gran Sasso offre agli escursionisti itinerari di lunghezza e di impegno variabile, ma uniti dall’ambiente solenne e a volte francamente severo.
Che si scelgano le brevi passeggiate nel Vallone della Fornaca, verso i ruderi della grancia cistercense di Santa Maria in Monte o Rocca Calascio, oppure le ripide e faticose sgambate verso le rocciose e solitarie vette del Monte Camicia e del Monte Prena, i pascoli e le pietraie di Campradore offrono agli escursionisti un’atmosfera inconfondibile.
Distretto "Alte Vette"
Il cuore del Gran Sasso è fatto di cime e pareti. Il Corno Grande e le vette vicine offrono a chi le osserva e a chi le sale atmosfere e paesaggi dolomitici. Disposte a ferro di cavallo intorno al piccolo ghiacciaio del Calderone – unico dell’Appennino e più meridionale d’Europa – le quattro cime del Corno Grande (la più alta è l’Occidentale, che raggiunge i 2912 metri) sono le più elevate del Parco e della catena che unisce lo Stretto di Messina alla Liguria.
A ovest, oltre la Val Maone, si affiancano loro il Pizzo d’Intermèsoli, il Monte Corvo e il Pizzo Cefalone. L’eleganza delle forme e la solidità della roccia fanno sì che la vetta preferita dagli alpinisti sia invece il Corno Piccolo, un turrito castello calcareo che si affianca al Corno Grande da nord, e si affaccia con le sue placche levigate verso i Prati di Tivo e Pietracamela. Contribuiscono a creare un’atmosfera alpina i rifugi (il più accogliente è il Franchetti, nel Vallone delle Cornacchie) e l’afflusso da ogni parte d’Europa di camminatori e alpinisti.
Ma la natura delle vette non è fatta solo di rocce. Sulle pietraie, in condizioni climatiche estreme, fioriscono la stella alpina dell’Appennino, l’androsace di Matilde, l’adonide ricurva, la sassifraga del Gran Sasso, il genepì dell’Appennino e la potentilla delle Dolomiti. Tra gli animali, oltre al gracchio alpino, che accompagna gli escursionisti sulle cime, si possono vedere l’aquila reale, il sordone, la coturnice e l’arvicola delle nevi. Signore di queste cime è però il camoscio appenninico, cacciato fino all’estinzione nell’Ottocento e reintrodotto dal 1992. Oggi i camosci del Gran Sasso sono più di duecento e si lasciano avvistare sempre più facilmente.
Ai piedi del versante aquilano del massiccio il borgo di Assergi, circondato da mura medievali, conserva la chiesa romanica di Santa Maria Assunta e di San Franco, decorata da affreschi, e il convento di San Francesco che ospita la sede del Parco. Non lontano dal paese, la Grotta a Male ospita un suggestivo lago sotterraneo e ha restituito agli archeologi un insediamento preistorico. Facili passeggiate conducono alla Valle del Vasto e ai suoi eremi, e ai panoramici dossi erbosi del Monte Stabiata.
L’eleganza delle vette e la comodità di accesso della zona fanno sì che, fin dall’Ottocento, i sentieri di questa sona siano i più frequentati del Gran Sasso. Anche oggi, nelle belle giornate d’estate, verso i 2912 metri del Corno Grande sale una lunga processione di escursionisti. Come nelle altre zone più ìalpineî dell’area protetta, però, è necessario scegliere con attenzione il proprio itinerario.
Se il sentiero che porta verso Campo Pericoli è accessibile a tutti, le salite al Corno Grande, alla Cima Giovanni Paolo II e al frequentatissimo Pizzo Cefalone includono tratti ripidi ed esposti, e richiedono esperienza di montagna e piede sicuro. D’inverno queste gite sono riservate agli alpinisti. Le ripide lingue di neve che resistono a lungo sul terreno possono costituire un’insidia fino a luglio.
Distretto "Alta Valle Aterno"
Le acque limpide dell’Aterno attraversano da occidente a oriente l’Abruzzo sfiorando o toccando molti dei suoi luoghi più noti, incluse le città di L’Aquila e Pescara. L’altopiano che ospita le numerose sorgenti del fiume (quest’ultimo prende il suo nome all’uscita dalla conca, nei pressi di Montereale), è invece una delle zone meno note della regione e del Parco.
Contribuiscono a questo oblìo la lontananza dalle vie di comunicazione più importanti dell’Appennino e la mancanza di montagne alte e spettacolari. La vicinanza a L’Aquila, alla Via Salaria e alla “Strada Maestra” del Passo delle Capannelle e del Vomano, invece, rende una deviazione verso l’alta valle dell’Aterno facile, interessante e breve.
Chi arriva dal capoluogo e dalla A 24 raggiunge la valle dopo aver toccato le rovine di Amiternum, la città dei Sabini conquistata nel 293 avanti Cristo da Roma verso la quale confluivano la Via Cecilia della Valle del Vomano e la Via Claudia Nova della Piana di Navelli. Verso ovest e verso nord, brevi percorsi conducevano alla Salaria. Riedificata e abbellita dagli ingegneri dell’Urbe, Amiternum offre oggi a chi la visita le imponenti rovine dell’Anfiteatro e del Teatro.
La sinuosa statale che conduce a nord verso Amatrice tocca Pizzoli, sorvegliata dal castello Dragonetti De Torres e dalla chiesa medievale di Santo Stefano, prosegue lasciando a sinistra Cagnano Amiterno con le sue numerose frazioni (una di queste, Tèora, pottrebbe coincidere con il santuario italico di Tiora Mathiene), poi raggiunge il centro storico di Montereale, a lungo feudo dei Farnese, che conserva un’imponente Torre Municipale, due leoni romanici di pietra nell’edificio del Municipio e le chiese del Beato Andrea e di Santa Maria Assunta. Traversata la conca si raggiungono Capitignano, dove spiccano la chiesa di San Flaviano e il settecentesco Palazzo Ricci e i piccoli e suggestivi centri di San Giovanni e Castello di Paganica.
Il Gran Sasso e la Laga si affacciano sulla conca e i suoi centri con il Monte San Franco, il Monte di Mezzo e le altre cime più vicine al Passo delle Capannelle e al Lago di Campotosto. Da ovest, in territorio laziale, compare la piramide del Terminillo, con i suoi ripidi canaloni che restano innevati fino ai primi giorni dell’estate. Le montagne che si affacciano sull’alta valle dell’Aterno, invece, hanno forme arrotondate e raggiungono quote modeste.
La Croce di Capetone, il Monte Mozzano, i dossi carsici delle Pozze e il crinale boscoso che separa Capitignano e Mopolino dal Lago di Campotosto non sono certo tra le vette più spettacolari dell’Appennino. Ciò non significa, però, che non meritino di essere visitate. I pascoli, i boschi che alternano le querce e le pinete di rimboschimento ai faggi, i panorami verso la conca di Montereale e le vette più alte del Parco fanno sì che queste cime tranquille meritino senz’altro una visita. La quota modesta permette di camminare piacevolmente anche in primavera o in autunno. La solitudine, qui, è praticamente garantita.
Distretto "Sorgenti del Tronto"
L'amatriciana ha fatto il giro del mondo, e come altre celebrità ha smarrito il ricordo delle sue origini. Ma la pasta condita con pomodoro, guanciale, pecorino e pepe ha sfamato per secoli i pastori delle montagne di Amatrice. In passato, quando il pomodoro era una prelibatezza per pochi, i bucatini o le fettuccine fatte in casa venivano servite in bianco: una ricetta che oggi prende il nome di ìgrisciaî.
Sono stati cuochi e ristoratori di Amatrice, tuttora presenti in forza nell’Urbe, a portare la matriciana fino a Roma e ad avviarla sulla via della gloria. Com’era inevitabile e giusto, il Parco ha insediato nella “capitale” del suo versante laziale una struttura dedicata all’alimentazione e all’agricoltura. L’attenzione per la pasta (e poi per il pecorino, le castagne, i salumi) rischia di far dimenticare, però, che Amatrice è anche una mèta di prim’ordine per chi s’interessa alla natura e alla storia.
Amatrice e le sue frazioni (che qui si chiamano “ville”) conservano chiese affrescate di notevole valore come quelle di Sant’Agostino e San Francesco Ai piedi della montagna sono la chiesetta cinquecentesca di San Martino e il santuario dell’Icona Passatora, decorato da importanti affreschi dell’inizio del XV secolo.
Presso Pinaco, nel santuario di Santa Maria Liberatrice, si venera un’immagine della Madonna dipinta su una tavola di legno, rinvenuta secondo la tradizione su una spiaggia dello Jonio. Dall’altra parte della Salaria e del Tronto merita una visita Accùmoli, dove l’occhio si sofferma sui palazzetti in arenaria di Via Tommasi, sul Palazzo Comunale, sul Palazzo del Podestà, costruito tra il 1211 e il 1300 e sulla tozza Torre Civica.
Se Amatrice e gli altri centri meritano senz’altro una sosta, è il ripido e selvaggio versante occidentale dei Monti della Laga a imporsi all’attenzione degli escursionisti e di tutti gli appassionati di natura. Noto per la presenza, tra la primavera e l’estate, delle cascate delle Barche, delle Scalette e di Ortanza, questo settore del massiccio ospita anche i laghetti morenici di Pannicaro, dove vive una popolazione di tritoni di grande interesse scientifico.
Suggestivi sentieri accessibili a tutti gli escursionisti permettono di raggiungere i laghetti e le cascate piùspettacolari del Parco, e s’inoltrano nella splendida faggeta di Selva Grande, che riveste il piùimportante vallone del versante laziale della Laga. Percorsi piùfaticosi e lunghi, privi di difficoltà ma consigliati solo a camminatori allenati, permettono di proseguire verso le cime piùelevate del massiccio, che offrono straordinari panorami sull’Appennino e i due mari.
Dal Pizzo di Sevo, dalla Cima Lepri o dal Monte Gorzano, la cima piùalta della Laga e del Lazio, lo sguardo spazia verso i Sibillini, il Terminillo, il Gran Sasso e le straordinarie foreste dei versanti abruzzese e laziale del massiccio. Nei solitari valloni delle Cime della Laghetta ha la sua sorgente il fiume Tronto, che inizia nel cuore del Parco il suo viaggio verso Ascoli Piceno e l’Adriatico.
Distretto "Via del Sale"
La Via Salaria serpeggia nella valle del Tronto. Tracciata nel secolo I a.C. dagli ingegneri di Roma antica per trasportare verso l’Urbe il sale e le altre merci sbarcate nei porti dell’Adriatico, la strada è il filo conduttore che unisce i paesi e le valli del versante marchigiano della Laga. Sul versante opposto dominano i contrafforti dei Sibillini e le rocce del Monte Vettore, la cima più elevata del massiccio.
La presenza nel territorio comunale del Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga e di quello dei Monti Sibillini ha valso ad Arquata del Tronto - la Supircanum dei Romani - il soprannome di “paese dei due Parchi”. Domina il centro e la Salaria, che qui incontra gli antichi tratturi che scendono dai Piani di Castelluccio, la Rocca costruita nel secolo XIII e potenziata da Giovanna II d’Angiò nel Quattrocento.
Nella frazione di Spelonga, sulle pendici della Laga, la parrocchiale di Sant’Agata custodisce affreschi quattrocenteschi e uno stendardo turco strappato al nemico da soldati spelongani nella battaglia di Lepanto. La “Festa bella”, che si celebra ogni tre anni, ricorda proprio quella vittoria. Una strada che inizia da Spelonga permette di raggiungere prima in auto e poi a piedi le vette del Monte Comunitore e del Monte Scalandro, e di proseguire su un panoramico crinale in direzione della Macera della Morte, dove s’incontrano i confini del Lazio, delle Marche e dell’Abruzzo.
Proprio sulla Salaria, invece, sorge Acquasanta Terme, l’antica Ad Aquas, che deve la sua notorietà alle sue cave di travertino e alle sue sorgenti termali. La frazione di Quintodecimo conserva palazzetti e chiese in travertino di buona fattura. Il ponte della Salaria ottocentesca all’estremità meridionale del paese poggia su quello della consolare romana.
Inizia da questo ponte lo spettacolare e avventuroso itinerario che s’inoltra nella Valle del Garrafo, il più bel canyon di arenaria della Laga, che richiede per buona parte dell’anno di camminare nell’acqua del torrente. Partono nei pressi di Acquasanta altre strade che s’inoltrano nel versante marchigiano della catena e conducono ad alcuni degli itinerari più interessanti di questo settore del Parco.
La più breve, sterrata, sale verso le frazioni di Vallecchia e Matera, e dà accesso agli antichi viottoli che conducono verso Gaglierto e Umito. La seconda sale a Paggese, si affaccia sul borgo fortificato di Castel di Luco, scavalca il valico di San Paolo da cui inizia la passeggiata verso i ruderi della fortezza di Monte Calvo, poi scende verso la valle del Rio Castellano, al confine con l’Abruzzo. Proseguendo si raggiungono la Foresta di San Gerbone, che offre altri piacevoli sentieri, e il lunghissimo itinerario che sale verso il Pizzo di Sevo. La terza e ultima strada risale la valle del Garrafo e raggiunge il borgo di Umito, all’inizio di altri interessanti sentieri. Il più classico e frequentato sale alle cascate della Volpara, divise in tre salti sovrapposti. L’acqua, la foresta e le rocce compongono un altro straordinario spettacolo.
Ippovia nel parco nazionale del Gran Sasso Monti della Laga
Un lungo percorso che permette di conoscere ed apprezzare uno straordinario patrimonio ambientale e culturale lungo vecchie mulattiere, carrarecce e sentieri tra paesaggi di incontaminata bellezza, paesi e borghi, pascoli e boschi di faggio e roverella. Gli itinerari ricalcano per lo più quelli già esistenti che, per secoli, hanno collegato borghi e paesi divisi dal massiccio del Gran Sasso o sono stati da sempre utilizzati dagli agricoltori per raggiungere i campi coltivati in quota.
Il Parco ha così realizzato un grande anello attorno al massiccio del Gran Sasso, arricchito da una maglia di diramazioni e circuiti più brevi, per un totale di circa 300 km di sentieri opportunamente ripristinati.
Il tracciato si sviluppa sui versanti teramano aquilano e pescarese del Gran Sasso D'Italia. L’intervento ha consentito l’allestimento di aree di sosta o di tappa attrezzate con ricoveri per i cavalli, come è il caso del complesso di Paladini nel Comune di Crognaleto, dotato di una foresteria di 50 posti letto, un ristorante, un punto informativo e una stalla che può ospitare fino a 10 cavalli.