parco nazionale della majella
Il parco Nazionale della Majella
Denominazione: Parco Nazionale della Majella
Istituzione Parco: Legge 6 dicembre 1991, n. 394
Istituzione Ente: Decreto del Presidente della Repubblica del 5 giugno 1995
Estensione: 74.095 ettari nel cuore verde della Regione Abruzzo
3 Province: Pescara, L'Aquila e Chieti
6 Comunità Montane: Peligna, Alto Sangro e Altopiano delle Cinquemiglia, Majella e Morrone, Majelletta, Aventino-Medio Sangro, Medio-Sangro
39 Comuni: Abbateggio, Bolognano, Caramanico Terme, Lettomanoppello, Manoppello, Popoli, Roccamorice, Salle, Sant'Eufemia a Majella, San Valentino in Abruzzo Citeriore, Serramonacesca, Tocco da Casauria, nella provincia di Pescara; Ateleta, Campo di Giove, Cansano, Corfinio, Pacentro, Pescocostanzo, Pettorano sul Gizio, Pratola Peligna, Rivisondoli, Roccacasale, Roccapia, Roccaraso, Sulmona, nella provincia dell'Aquila; Civitella Messer Raimondo, Fara San Martino, Gamberale, Guardiagrele, Lama dei Peligni, Lettopalena, Montenerodomo, Rapino, Palena, Palombaro, Pennapiedimonte, Pizzoferrato, Pretoro, Taranta Peligna, nella provincia di Chieti.
Grazie alla forma massiccia e arrotondata della Majella è molto caratteristica. Simile ad una grandiosa cupolo ellittica, domina il paesaggio abruzzese innalzandosi tra il mare e la catena centrale appenninica. Il versante occidentale, provo di valli, è solcato da ampi ghiaioni che si spingono fino alle faggete che lo rivestono nelle quote intermedie, mentre quello orientale si presenta più arrotondato ma interrotto da forre e profondi valloni. Oltre alla cima principale, Il Monte Amaro con I suoi 2.795 metri è la seconda vetta più alta dell' appennino, ve ne sono una trentina che superano I 2.000 metri; tra queste si ricordano Il Monte Acquaviva, la Cima delle Murelle e il Monte Focalone con pareti quasi dolomitiche. Il fascino della Majella è aumentato dai selvaggi valloni, veri e propri canyon e vasti pianori culminali al di sopra dei 2.000 metri come ad esempio la Valle di Femmina Morta e gli altopiani di Lama dei Peligni. Molto diffuso il fenomeno del carsismo, testimoniato da numerose grotte, fra le quali si ricorda la Grotta del Cavallone che D'Annunzio prescelse per ambientarvi il secondo atto della Figlia di Iorio. Sulla Majella sono ben riconoscibili le differenti fasce di vegetazione. Si incontrano I primi boschi misti formati da querce, aceri, carpini, ornielli; più in alto, verso I 900-1000 metri e fino ai 1800 metri, la copertura forestale è rappresentata da faggi. un esempio di Parco nato ed ampliato per la volontà delle popolazioni locali che hanno dimostrato una maturità e una cultura altrove non riscontrate. Ciò è frutto anche della prudenza e della saggezza di quanti hanno intuito in anticipo che la gestione delle aree protette doveva essere protesa principalmente alla salvaguardia del contesto ambientale, ma non poteva trascurare il ruolo dell'economia e dell'uomo nella politica di stabilizzazione socio-economica dei territori interessati.
Il Parco Nazionale della Majella si caratterizza per l’elevata montuosità del suo territorio, infatti ben il 55% si trova a quote superiori ai 2000 metri. Al suo interno racchiude vaste aree (widelands), che presentano aspetti peculiari di natura selvaggia (wildland), la parte più pregevole e rara del patrimonio nazionale di biodiversità.
Allo stato attuale delle conoscenze, il Parco ospita oltre il 78% delle specie di mammiferi (eccetto i Cetacei) presenti in Abruzzo, e oltre il 45% di quelle italiane. Considerando le lacune di dati su alcuni gruppi numerosi come gli insettivori e i chirotteri, si può già affermare che anche relativamente a questa componente faunistica, esso costituisce un vero e proprio "hot spot" per la conservazione della biodiversità.
Le 2114 entità vegetali conosciute per il territorio del Parco sono distribuite in più di 50 differenti habitat, dislocati nei vari piani altitudinali. La peculiarità dell’habitat è data soprattutto dal numero di endemismi, che nel Parco ammontano a ben 142 specie vegetali, concentrati in gran parte negli orizzonti culminali. A livello floristico, il Parco rappresenta il settore più meridionale d'Europa della Regione Alpina ed un vero e proprio crocevia di flussi genetici, con categorie di grande prestigio ecologico e fitogeografico: infatti con oltre 2.000 entità floristiche il Parco ospita il 65% della flora abruzzese, il 37% di quella italiana ed il 22% di quella europea. Gli ambienti di alta quota ospitano anche specie di notevole pregio faunistico, tra cui il Camoscio appenninico e la Vipera dell’Orsini, specie prioritarie ai sensi della Direttiva HABITAT/92/43/CEE.
Al di sotto degli ambienti culminali è presente la fascia degli arbusti contorti costituita dal Pino mugo che sulla Majella costituisce la formazione vegetale più estesa dell’Appennino. Tra i 1800 m circa e gli 800 m. sono presenti i boschi rappresentati dalla faggeta e intercalati dai prati e pascoli. Questi sono gli ambienti elettivi degli ungulati selvatici e di predatori come l’orso e il lupo, anch’esse specie prioritarie ai sensi della direttiva appena citata.
Oltre che ambienti naturali, il territorio del Parco presenta anche una discreta superficie occupata da aree agricole abbandonate ormai da lungo tempo e in fase di lenta evoluzione naturale verso ecosistemi più complessi (arbusteti, pascoli arborati, boschi di neo formazione, ecc.).
Altri esempi di segni lasciati dall’Uomo sono i rimboschimenti con pinete o gli stessi pascoli e prati falciabili. In quest’ultimo caso le attività umane condotte da secoli hanno ampliato la diffusione di certe specie e hanno contribuito significativamente a mantenere la biodiversità. Infatti, mantenere alcune pratiche agricole, come l’allevamento estensivo o un’agricoltura condotta in maniera tradizionale, può essere uno strumento fondamentale per conservare ambienti, che sono frutto di interazione tra Uomo e Natura; di contro la riforestazione dei pascoli, seppur naturale, porterebbe ad una drastica diminuzione di certe specie sia vegetali che animali. La flora del Parco Nazionale della Majella si caratterizza per la ricchezza di specie che ammontano ad oltre 2100 entità (il 65% della flora abruzzese e il 37% di quella italiana) e per l’originalità espressa attraverso il numero degli endemismi che ammontano a 142 specie (12% della flora endemica italiana). Le entità endemiche per eccellenza sono sicuramente la Soldanella del Calcare e il Fiordaliso della Majella, scelte rispettivamente come elementi simbolo dei giardini botanici del Parco.
Oltre alla componente endemica ciò che arricchisce ancor di più la flora della Majella è la presenza di numerosi elementi floristici, dovuti sia alla particolare posizione del massiccio montuoso (settore più meridionale d'Europa della Regione Alpina) a cavallo tra diverse regioni biogeografiche, sia alle vicissitudini evolutive del passato. Sulle alte quote della Majella si concentrano i relitti glaciali con specie quali la Driade, il Papavero alpino oltre a numerose entità balcanico appenniniche, il cui areale gravita nei settori balcanici, ne sono esempi la Stella alpina appenninica, la Genziana appenninica e l’Astro alpino. Altra importante peculiarità è costituita dai relitti xerotermici che si rifugiano sulle pendici più soleggiate.
La grande escursione altitudinale che contraddistingue il massiccio della Majella ha determinato la presenza di più di 50 differenti habitat. E’ la faggeta a caratterizzare il paesaggio forestale naturale dominante fino ai 1700-1800 metri, sovente arricchita nella composizione da Tasso, Agrifoglio, Sorbo, Acero oltre a diverse specie fruttifere. Ad valorizzare il patrimonio floristico di questa formazione vegetale, contribuiscono preziose specie come il caso dell’Acero di Lobel, che sulla Majella raggiunge il limite di distribuzione settentrionale.
La mugheta, costituisce la fascia degli arbusti contorti più estesa dell’Appennino, ed uno degli habitat più peculiari della Majella, localizzata nella fascia altitudinale compresa tra i 1.700 ed i 2.300 metri. Non mancano inoltre biotopi di notevole interesse geobotanico a carattere relitto come la formazione di Betulla localizzata in unico sito nel Parco, dove si rinvengono preziose entità come il Caprifoglio nero, il Rovo erbajolo, il Mirtillo nero e la bellissima Scarpetta di Venere.
Abbarbicate sulle rocce delle forre vivono numerose specie tra cui la Campanula napoletana, l’Aquilegia della Majella, numerose sassifraghe e altre specie che hanno sviluppato strategie adattative per vivere in condizioni estreme.La fauna
La millenaria, invadente e distruttiva azione dell'uomo, aveva portato alla completa distruzione dei grandi erbivori selvatici dall'area della Majella ed alla estrema rarefazione, in aree sempre più marginali, della fauna più pregiata del Parco. L'ultimo esemplare di Camoscio nel massiccio fu abbattuto nell'ottocento, analogamente a capriolo e cervo. L'Orso, ridotto a pochi esemplari, è riuscito a sopravvivere in condizioni precarie nelle foreste più impenetrabili, così come la Lontra. Solo il lupo, soprattutto per l'abbondanza di greggi e la maggiore capacità di adattamento è sfuggito all'annientamento.
Grazie all'affermarsi, anche tra le popolazioni dell'area, della cultura della conservazione, ai notevoli sforzi compiuti da Corpo Forestale dello Stato, dal Parco Nazionale d'Abruzzo, dal WWF Italia, dal Club Alpino Italiano e da diversi Comuni - Lama dei Peligni, Palombaro, Fara San Martino, Sant'Eufemia a Majella - ed alla azione di tutela del Parco, la situazione è mutata radicalmente.
Cervo e Capriolo, oggi popolano quasi tutte le aree boscate e le radure del Parco, con circa 150 e 100 individui.
Il Camoscio d'Abruzzo, è tornato signore incontrastato delle vette e praterie d'alta quota dove è presente con circa 130 unità e si riproduce regolarmente.
L'Orso bruno Marsicano, con circa 15/20 esemplari, è segnalato in ogni angolo del Parco.
Il Lupo Appenninico, presente con circa 30 esemplari, per effetto dell'abbondanza di prede naturali, ha dimenticato le discariche ed è tornato alle antiche abitudini predatorie.
La Lontra, l'animale più esclusivo del Parco, è segnalato nelle acque dell'Orfento e dell'Orta, e, sporadicamente, anche nel Vella e nell'Aventino.
Gli ambienti forestali del Parco, oggi sottoposti ad un'oculata politica di uso razionale delle risorse boschive, ospitano Gatto selvatico, Martora, Faina, Donnola, Puzzola, Picchiodorsobianco, Falco pecchiaiolo, Astore e tante altre specie, tra cui anfibi particolarmente rari come l'Ululone dal ventre giallo, la Salamandra appenninica e la più rara Salamandrina dagli occhiali.
Gli aspri e grandi valloni calcarei, tipici della Majella, costituiscono rifugio ideale per Aquila reale, Gracchio corallino, Gracchio alpino, Picchio muraiolo, Falco pellegrino ed il raro Lanario.
In alto, a contatto con la maestosità dell'infinito, negli ambienti delle mughete e praterie d'alta quota vivono, tra i tanti, la rara Vipera dell'Orsini, il Fringuello alpino, il Sordone, l'Arvicola delle nevi.
Esclusivo della Majella il Piviere tortolino: per il simpatico uccello, il Parco rappresenta in tutta l'Europa mediterranea, Alpi comprese, l'ultimo rifugio.
Come un quadro variopinto, la Majella è abbellita dai colori delle farfalle, presenti in quasi tutte le specie diurne italiane - 116 su 131- e notturne -700-
Molti gli insetti presenti esclusivamente nel Parco come il coleottero Polydrusus lucianae legato alle faggete o l'ortottero Italopodisma lucianae presente nelle praterie d'alta quota.
DA NON PERDERE: Area faunistica del Lupo di Pretoro, Area faunistica del Capriolo a Serramonacesca, Area faunistica del Cervo a Gamberale, Area Faunistica del Camoscio e Museo del Camoscio a Lama dei Peligna.
La Montagna della Majella, Padre dei Monti per Plinio il Vecchio, Montagna Madre per gli Abruzzesi, alto, imponente, selvaggio, gruppo montuoso, è entrata a far parte, di diritto, del patrimonio mondiale dei Parchi Nazionali, dopo decenni di aspre battaglie, grazie alla legge 6 dicembre 1991, n. 394 e al Decreto del Presidente della Repubblica del 5 giugno 1995, istitutivo dell'Ente Parco.
Geograficamente costituito da quattro grandi individualità orografiche - la Majella, ampio e compatto massiccio calcareo, il Morrone, il Porrara ed i Monti Pizzi, con le valli ed i piani carsici che fra esse si interpongono - è un Parco Nazionale che per posizione geografica (completamente immerso nel Mediterraneo) per l'asprezza, vastità, ed imponenza (oltre 60 rilievi montuosi di cui 30 superano i 2.000 metri, tra i quali svettano il Monte Amaro, 2793 metri, la seconda vetta dell'Appennino; il monte Acquaviva, 2737 m; il monte Focalone, 2676 m; il monte Rotondo, 2656 m; il monte Macellaro, 2646 m; Pesco Falcone, 2546 m; Cima delle Murelle 2598 m) per il rigore e la mutevolezza climatica, è sicuramente unico nel suo genere e racchiude al suo interno in vaste aree (widelands) che presentano aspetti peculiari di natura selvaggia (wildland) la parte più pregevole e rara del patrimonio nazionale di biodiversità, di importanza europea e mondiale.
La contiguità con i Parchi Nazionali del Gran Sasso e monti della Laga e con il Parco Regionale del Sirente-Velino conferisce, inoltre, al Parco, importanza ecologica elevatissima, in relazione alle necessità vitali delle specie animali più rare e minacciate, alla ricerca di nuove aree vitali in zone ecologicamente integre.
La Majella propriamente detta, formata da possenti calcari che sono emersi cinque milioni di anni fa dal fondo dell'antico mare chiamato Tetide, dove si erano accumulati nel corso degli ultimi cento milioni di anni per effetto della deposizione degli scheletri degli organismi marini, è caratterizzata da una serie di vasti pianori sommitali, dolcemente tondeggianti per effetto dell'azione millenaria dei ghiacciai che qui erano molto estesi durante le ere glaciali, non riscontrabili in nessuna altra parte dell'Appennino, tra cui emerge il Vallone di Femmina Morta ad oltre 2500 m di altitudine, e da lunghissimi ed aspri valloni che solcano la montagna dalle aree di vetta sino alla base: il Vallone dell'Orfento, inciso dal fiume omonimo ricco di acque e di faggete; la Valle del Foro modellata dal fiume Foro, anch'essa ricca di acque e di faggete, tra le meglio conservate del Parco tanto da costituire l'habitat di specie rare e pregiate quali il Picchio dorsobianco, l'Astore, la Baia dal Collare ed il Gufo Reale; il Vallone di Selvaromana, nel comune di Pennapiedimonte; la Valle delle Mandrelle-Valle di S. Spirito in comune di Fara San Martino; il Vallone di Taranta con la splendida e rinomata Grotta del Cavallone.
Il fiume Orta, che raccoglie le acque di un vasto bacino, separa con un'ampia valle -profondamente incisa nei territori dei comuni di Bolognano e San Valentino tanto da formare un vero e proprio canyon- il massiccio della Majella dal Morrone, dorsale stretta ed allungata, compatta ed aspra al contempo, costituita da rocce calcaree e dolomitiche, che precipita nella piana di Sulmona tra balze rocciose scoscese.
A sud, ai piedi del monte Pizzalto, gli splendidi piani carsici noti come Altipiani Maggiori d'Abruzzo, detti anche Quarti (Santa Chiara, Barone, Grande e Molino) posti a 1250 metri sul livello del mare, fanno da cerniera con l'area dei Monti Pizzi-Monte Secine, - complesso di natura marnosa a contatto con argille- intensamente e riccamente boscata da faggio, acero di Lobel e diverse altre specie. La presenza di vaste e ben conservate distese di boschi misti, unitamente alla ricchezza di acque, con la conseguente ricchezza di nicchie ecologiche, fa si che l'area dei monti Pizzi, anche per la funzione di cerniera con il Parco Nazionale d'Abruzzo, costituisca rifugio ideale per le specie più rare e pregiate della fauna del Parco, nazionale e comunitaria.
DA NON PERDERE:
Grotta del Cavallone o della Figlia di Jorio nel vallone di Taranta Peligna, con le sue bellissime stalattiti e stalagmiti, Grotta dei Piccioni nella Valle dell'Orta, importante sito archeologico risalente al Neolitico, Grotta del Colle nei pressi di Rapino, cavità carsica di valore storico e archeologico.
Centri Visita del Parco Nazionale della majella
Centri di Visita del parco nazionale della Majella.
I Centri Visita del Parco della Majella.
Nel Centro di Visita "Paolo Barrasso"
è allestito un Museo con una sezione naturalistica e una archeologica. Nella prima, posta al piano inferiore, si possono osservare una vetrina dedicata alla geologia e ai fossili della Majella, nonché ricostruzioni dell'habitat della Lontra e degli ambienti della Valle dell'Orfento: faggeta, rupi, mugheta. La sezione archeologica del Museo ospita numerosi reperti rinvenuti in Majella settentrionale, dal Paleolitico inferiore all'epoca romana; questa sezione, posta al piano superiore, è accessibile a non vedenti e ipovedenti. Annessa alla struttura museale si trovano l'area faunistica della Lontra europea e una sala conferenze, entrambe accessibili ai diversamente abili. Il Centro è ideale punto di partenza per escursioni nella Valle dell'Orfento e all'Eremo di San Giovanni, nonché per tutto il comprensorio nord occidentale del Parco. Informazioni più dettagliate, guide, materiali informativi e cartine sui percorsi escursionistici possono essere acquisite in loco. Nella struttura ci sono anche una biblioteca e un laboratorio didattico. Essa è adiacente alla "Casa del Lupo", nuova sede scientifica del Parco con foresteria.
I progetti di educazione ambientale della Coop. Majambiente:
Progetto di Ed. Ambientale "Sostieni la Sostenibilità"
Progetto di Ed. Ambientale "L'Ecoscuola"
Progetto di Ed. Ambientale "H2O?"
Gestione: Coop. Majambiente - E-mail: majambiente@tin.it - www.majambiente.it Indirizzo: Via del Vivaio, Caramanico Terme (PE) - Tel. e Fax 085/922343
Centro di Visita di Fara San Martino (CH)
Situato nella piazza del municipio ospita, al pian terreno, un museo naturalistico attrezzato per accogliere anche i portatori di handicap e una sala audiovisivi. Il percorso museale inizia con sale di presentazione degli ambienti tipici del versante orientale del parco, riprodotti fedelmente grazie a foto, illustrazioni, pannelli e reperti naturalistici, andando dalle alte quote al bosco attraverso le rupi, i valloni, le mughete, le forre, gli ambienti sotterranei. Il percorso prosegue con la ricostruzione di una grotta pastorale e dell'ambiente tipico in cui vive l'ululone dal ventre giallo, anfibio raro, caratteristico per il verso simile ad un ululato. Infine, per la gioia di grandi e piccini, un pannello audio-video riproduce immagini e versi di molti uccelli del parco. Il secondo ed ultimo piano ospita, oltre agli uffici, un laboratorio didattico scientifico dedicato alle scolaresche e ai ricercatori, una foresteria per gli studiosi e una biblioteca scientifica. E' ideale punto di partenza per le escursioni nella Valle di Santo Spirito e la visita alle Sorgenti del Fiume Verde. Informazioni più dettagliate sui percorsi escursionistici possono essere reperite in loco.
Gestione: Coop. La Porta del Sole Indirizzo: Piazza Municipio, Fara San Martino (CH) - Tel. e Fax 0872/980970
Nel Centro di Visita "Maurizio Locati"
un'ampia sezione dedicata al Camoscio d'Abruzzo, allestita con pannelli didattici e alcuni diorami, illustrano l'ambiente della fauna rupestre del Parco.
Al piano superiore è allestita un'interessante sezione archeologica che consente di ripercorrere la storia della Majella orientale dai giorni nostri, al Medioevo, alla Preistoria. Tra i reperti più antichi c'è il calco dell'Uomo della Majella, rinvenuto a Fonterossi, frazione di Lama dei Peligni (CH), e risalente ad oltre 7.000 anni fa.
Al Museo sono annessi: il Giardino Botanico "M. Tenore", le voliere con rapaci provenienti da centri di recupero, la ricostruzione di un Villaggio neolitico, l'area faunistica del Camoscio d'Abruzzo.
Il Centro è ideale punto di partenza per itinerari escursionistici verso il Rifugio Tarì, oppure alla scoperta delle pitture rupestri, dell'eremo di Grotta S. Angelo e della Grotta del Cavallone (1475 m s.l.m.). Quest'ultima è una delle grotte più alte d'Europa tra quelle aperte al pubblico. Il percorso di visita si snoda per circa un chilometro all'interno della montagna. Attraversando le ampie sale ricche di stalattiti e stalagmiti, si può avere un'idea del fascino, della complessità e dello sviluppo del mondo sotterraneo della Majella. Informazioni più dettagliate relative alla possibilità di visitare tutti i luoghi citati possono essere acquisite in loco, presso il punto informazioni del Centro. Dallo stesso si può partire per percorrere il Sentiero Natura, breve percorso adatto a tutte le età, e per visitare l'Area Faunistica del Camoscio. Il Centro dispone inoltre di una sala proiezioni e conferenze, di una biblioteca naturalistica - archeologica e di un teatro all'aperto.
I progetti di educazione ambientale della Coop. Majella:
"Consumo, rifiuto, risorsa - Gestione dei rifiuti e uso razionale delle risorse ambientali"
Gestione: Coop. Majella - E-mail: coopmajella@infinito.it - www.coopmajella.it Indirizzo: Località Colle Madonna, Lama dei Peligni (CH) - Tel. e Fax 0872/916067
Centro di Visita di Sant'Eufemia a Majella (PE)
Il Centro, che sorge a supporto del Giardino Botanico "Daniela Brescia" di S. Eufemia a Majella (PE) con un'estensione di oltre 4 ettari, è una struttura polifunzionale che si occupa, in primo luogo, della conservazione ex-situ del patrimonio floristico del territorio del Parco e dell'Appennino centrale, attraverso la coltivazione in giardino e la ricerca scientifica; esso è sede dell'Erbario del Parco Nazionale della Majella, che attualmente conserva oltre 1000 campioni vegetali provenienti dall'area protetta e dall'Abruzzo in generale, consultabili da studiosi, ricercatori e studenti. Il Centro si occupa anche di divulgazione e didattica, offrendo visite guidate al giardino e percorsi educativi per le scuole. A supporto di queste ed altre attività è dotato di un'ampia sala conferenze attrezzata. E' ideale punto di partenza per escursioni alla faggeta di Lama Bianca, attrezzata di sentieri fruibili ai disabili. Informazioni più dettagliate sui percorsi escursionistici possono essere acquisite in loco presso il punto informazioni del Centro.
Gestione: Coop. Progetto Sant'Eufemia a Majella - E-mail: francesco.crivelli@poste.it Indirizzo: S.S. 487, Sant'Eufemia a Majella (PE) - Tel. e Fax 085/920013
I Centri di Informazione
Sono strutture che offrono un valido supporto informativo orientando la visita nel Parco da parte di s cuole, gruppi o singoli visitarori. Recandosi presso un Centro di Informazione è possibile trovare materiali informativi, pubblicazioni, video e gadget del Parco in distribuzione e vendita. Essi sono gestiti da personale esperto e in grado di organizzare itinerari e attività nel Parco.
E' possibile trovare i Centri di Informazione del Parco nei comuni di:
Bolognano (PE)
Campo di Giove (AQ)
Caramanico Terme (PE)
Guardiagrele (CH)
Pacentro (AQ)
Pennapiedimonte (CH)
Pescocostanzo (AQ)
Le Aree faunistiche
Il Parco nazionale della Majella ha realizzato aree faunistiche che ospitano le sue specie più interessanti da un punto di vista didattico, scientifico, reintroduttivo e/o sanitario. Gli animali presenti all'interno di queste aree non sono lì solo in mostra per soddisfarre le curiosità del visitatore, ma vivono in un ambiente simile a quello che troverebbero in natura e gli spazi a loro disposizione sono molto ampi, tanto da potersi riprodurre anche in questa situazione. La loro presenza oltre ad uno scopo educativo, può aiutare i ricercatori a saperne di più sulla specie e questa conoscenza aiuta ad attuare le corrette politiche di conservazione e tutela nei confronti degli esemplari che vivono in libertà. Molto spesso questi animali vengono anche reintrodotti in natura. E' possibile visitarle rivolgendosi ai gestori che sono cooperative costituite spesso da giovani del posto e/o gli stessi Centri di Visita.
Area faunistica del Camoscio appenninico di Lama dei Peligni (CH)
Area faunistica del Cervo di Gamberale (CH)
Area faunistica del Capriolo di Serramonacesca (PE)
Area faunistica del Lupo appenninico di Pretoro (CH)
Area faunistica della Lontra di Caramanico Terme (PE)
I Musei del Parco della Majella.
Oltre ai musei e alle esposizioni presenti nei nostri Centri di Visita, il Parco vanta un museo interamente dedicato all'Orso bruno marsicano. Il museo si trova a Palena (CH), nei pressi di un'altra struttura del Parco, la Casa dell'Orso, ed è dotato di un punto accoglienza per i vistatori con materiali informativi, pubblicazioni, video e gadget del Parco in distribuzione e vendita. Il museo è gestito da personale esperto e in grado di organizzare itinerari e attività nel Parco.
Gestione: Engineering Service S.r.l. - E-mail: casadellorso@engineerings.it Indirizzo: Via S. Antonio - 66017 Palena (CH) - Tel. 0872/919009 - Fax 0872/919874
La storia della Majella , oltre che di natura selvaggia, è straordinariamente ricca di testimonianze storiche, archeologiche ed architettoniche. In effetti è sempre stata abitata , sin dal Paleolitico- 800.000 anni fa. Si tratta dapprima dell’Homo erectus, nel Paleolitico inferiore, e poi del sapiens neanderthalensis, nel Paleolitico medio. Intorno a 35.000 anni fa compare il sapiens sapiens, che segna l’inizio del Paleolitico superiore. E’ questo il lungo periodo del cacciatore raccoglitore, organizzato in piccole bande che utilizzavano le risorse naturali della montagna per procurarsi cibo, attraverso la raccolta dei prodotti spontanei e la caccia dei grandi mammiferi - e materiale - selce - da cui ricavare strumenti. Ricche testimonianze di questo vasto periodo sono state rinvenute negli importanti siti di Valle Giumentina, Grotta degli Orsi e Grotta del Colle. Neolitico
Nel Neolitico (dai 6600 ai 4500/4000 anni orsono), giunsero dall’area balcanica, forse approdando al Gargano e di lì risalendo la costa e irradiandosi nell’interno, le popolazioni portatrici dell’agricoltura. Ci fu certamente una fusione con i cacciatori e raccoglitori dell’epoca precedente. Cambiarono soprattutto le forme di insediamento: non più in grotta, ma "in villaggi all’aperto formati da capanne impostate a fior di terra, e parzialmente scavate nel terreno, spesso protetti da fossati", mentre le grotte passarono ad essere luogo di sepoltura per defunti e per eseguire riti e cerimonie sacre". Insieme con l’agricoltura questa popolazione sviluppò anche l’allevamento, specie di erbivori (ovini, caprini, bovini), ma di tipo stanziale, che si distingue dalla vera e propria pastorizia.
Di questo periodo si hanno numerosi resti di scheletri umani: completi di cranio , come quello rinvenuto da nel 1914, nella località Fonti Rossi di Lama dei Peligni, che ha permesso di parlare decisamente dell’Uomo della Maiella, di tipo protomediterraneo dolicocefalo, di provenienza danubiana. Di questa popolazione si conoscono diversi luoghi di accampamento e altri di culto, in cui sono stati rinvenuti manufatti in ceramica, dapprima solo impressa, poi diversamente lavorata e decorata, che rivelano la produzione di vasellame, adibito alla cottura e alla conservazione dei cibi e all’approvvigionamento delle semente. In alcune località (le Grotte del Mortaio, del Buco Maledetto e del Gatto di Bolognano; il Riparo della Pineta di Lama dei Peligni; alle falde del Morrone, sopra l’Eremo di Sant’Onofrio e nella località Busciara di Pacentro) si rinvengono anche pitture rupestri in rosso. Dalle Fonti di San Callisto proviene l’idoletto femminile in terracotta ritenuto immagine della "dea madre".
Eneolitico
Con l’Età eneolitica o del Rame (tra il 4300 e il 2000 a.C.) giungono, da varie contrade del mediterraneo, in momenti diversi e a piccoli gruppi, le genti che importano in questo territorio la vera pastorizia. Le prime testimonianze nel nostro territorio si trovano nella Grotta dei Piccioni, a Fonte d’Amore di Sulmona e nella località Busciara di Pacentro.
La fase eneolitica non si distingue chiaramente da quella che la segue, detta del Bronzo, che giunge fino al 1000 a.C., sicché le testimonianze spesso si fondono con quelle di questa epoca: da moltissime località (a Tocco da Casauria, Bolognano, Caramanico, Serramonacesca, Pretoro, Rapino, Pennapiedimonte, Fara San Martino, Rivisondoli, Pacentro) si raccolgono manufatti in ceramica (vasellame di diverse forme e funzioni) e talora in bronzo (spade, asce, pugnali, punte di lancia, idoletti); sono molto diffuse anche le pitture nere su rupi e in grotte. Un villaggio che copre l’intera durata dell’Età del Bronzo e giunge all’inizio dell’Età del Ferro (X-XI sec. a.C.) è quello scoperto ai margini del territorio del PNM, nella località Madonna degli Angeli, nel Comune di Tocco da Casauria: vi sono materiali provenienti dal Lazio (siamo ai bordi di quella che poi diventò la Via Tiburtina-Valeria-Claudia) e una stele di chiaro significato cultuale.
Dalla tarda Età del Bronzo la pratica della pastorizia diventa dominante, ed essa caratterizza pienamente anche la successiva Età del Ferro (1000 – 550 a.C.): in questa si forma e si stabilizza quella che viene chiamata proprio "civiltà appenninica", perché si concentra nell’ambiente più adatto alla sua economia, quello della dorsale della grande catena. L’Età del Ferro è rappresentata a pieno titolo, dagli Italici, una delle stirpi indoeuropee scese dall’Europa centro-settentrionale nella nostra penisola.
La grande tradizione artigianale della Majella è tenuta viva da orafi, merlettaie, intagliatori, scalpellini, ceramisti, decoratori, fabbri e tessitori che, anche se numericamente ridotti, fanno rivivere questa importante forma culturale.
Una delle attività artigianali più importanti è rappresentata dalla lavorazione dei metalli.
Non dimentichiamo, al riguardo, le importantissime scuole orafe di Guardiagrele e di Sulmona. Splendidi gli ornamenti preziosi realizzati, soprattutto per l’originalità degli esemplari, come le collane di Guardiagrele, raffinata la lavorazione di altri (spille, anelli, ciondoli in filigrana, oltre ai tipici orecchini di Pescocostanzo e alla "Presentosa").
Eccezionali i lavori in ferro battuto che annoverano, in primis, la cancellata barocca nella Cappella del Sacramento della Collegiata di S. Maria del Colle a Pescocostanzo.
Nelle antiche botteghe di Guardiagrele e Pescocostanzo il ferro viene ancora forgiato secondo l’antica tradizione per realizzare lampadari, ringhiere, cancelli, letti, alari, tavolini e altro ancora.
La Majella, non eccessivamente ricca di minerali e pietre preziose, ha da sempre fornito teneri e bianchi calcari a generazioni e generazioni di maestri scalpellini e scultori. Inizialmente usati per innalzare mura a difesa delle comunità italiche e umili ripari per pastori e contadini o per farne colonne e basamenti per i templi e i fori dei Municipi Romani, vengono oggi utilizzati per la realizzazione di oggetti ornamentali. I centri più noti per l’abilità degli scalpellini sono Pescocostanzo, Lettomanoppello, Manoppello, Pennapiedimonte.
Oggi questa forma di artigianato è di nuovo molto richiesta soprattutto per i complementi d’arredo. Nei laboratori dove viene lavorata soprattutto la tenera pietra della Majella vengono realizzati caminetti, portali, fontane, posacenere, capitelli, tavolini , vasi, cornici, bassorilievi e piccole sculture.
Un’altra arte degna di lode è l’arte della ceramica. Oggi questa attività sopravvive solo a Rapino dove la produzione assume un tono quasi popolaresco, con smalti e colori assai brillanti. Le poche botteghe oggi rimaste ripropongono motivi tradizionali come il “fioraccio”, le roselline, il galletto, le decorazioni a paese, a quartiere e a tovaglia.
Tradizione da non dimenticare anche quella dei tessuti, dalla lavorazione dei panni di lana a quella dei teli di lino e cotone, dalla tessitura delle coperte ai merletti e ricami. Fino ad un passato piuttosto recente quasi in ogni casa si trovava il telaio con il quale le donne tessevano il proprio corredo. A Taranta Peligna viene ancora tessuta, anche se con moderni telai, la “taranta”, un panno di lana molto usato fin dal Cinquecento.
Un’altra produzione tessile di pregio è rappresentata dal “merletto a tombolo” in passato arte di diversi paesi, ma oggi quasi esclusiva di Pescocostanzo, rivalutata negli ultimi anni con l’apertura di una scuola del tombolo.
Un’attività purtroppo oggi meno praticata è rappresentata dalla lavorazione del legno: intagli, sculture, incisioni un tempo praticate da pastori che creavano oggetti da lavoro, per la casa, per la cura della persona.
In alcuni paesi (Palombaro, Lettopalena, Pennapiedimonte, Serramonacesca, Campo di Giove, Pacentro) questo tipo di lavorazione viene oggi praticata quasi esclusivamente sui souvenir: elementi decorativi, statuette, contenitori, ma anche bassorilievi e bastoni.
Ad Ateleta e Montenerodomo vengono ancora costruiti mobili antichi rustici (culle, madie, sedie, panche), ma si tratta di un’arte che purtroppo sta scomparendo.
A Pretoro rimangono ancora alcuni “fusai” che, oltre a creare le forme di un tempo per gli usi domestici (mortai, matterelli) realizzano sedie, chitarre per la pasta, mestoli, cucchiai, forchettoni e intagliano cornici, statuette e altri oggetti d’arredo.
Tradizione e folklore nel parco Nazionale della Majella.
Sulla Majella, "montagna sacra" per eccellenza, lo spirito religioso ha da sempre interessato ogni luogo; la montagna che non divide, ma unisce, che non priva ma nutre, madre e non matrigna.
Una montagna che ha ospitato per un arco di tempo lunghissimo particolari sistemi di vita riconducibili principalmente alla vita pastorale ed agricola. E le feste popolari dei paesi del Parco sono testimonianze importanti di una cultura agro-silvo-pastorale, animate dalle motivazioni di sempre: l’auspicio di un buon raccolto, il timore del sopravvento della natura, la necessità di sconfiggere il male.
Infatti in esse, oltre all’aspetto gioioso della festa, troviamo riti e pratiche strettamente legati ad una religiosità arcaica, tanto che un tempo era proprio il ciclo calendariale delle feste a scandire lo scorrere della vita comunitaria.
Tradizioni che si rivivono nelle feste patronali dei diversi paesi o nelle usanze e consuetudini legate alle feste religiose.
Le manifestazioni più note sono il Presepe Vivente di Rivisondoli, la festa di S. Antonio Abate, le panicelle di San Biagio a Taranta Peligna, la processione del Venerdì Santo e la Madonna che Scappa a Sulmona, la festa di S. Domenico a Pretoro, la “ndorce” di fara San Martino, la Madonna della Libera a Pratola Peligna, la processione delle Verginelle di Pretoro, la Corsa degli Zingari di Pacentro, San Martino festa dei cornuti a San Valentino.
Principali manifestazioni ed eventi nei comuni del Parco Nazionale della Majella.
A Rivisondoli, in un suggestivo scenario naturale e quasi sempre innevato, il 5 gennaio si rappresenta il Presepe Vivente. E’ una manifestazione di grande richiamo turistico tanto che il ruolo della Madonna viene affidato ad una ragazza scelta con apposita selezione cui partecipano moltissime giovani donne, anche provenienti da altre regioni.
Il 17 gennaio in numerosi comuni del Parco si festeggia S. Antonio Abate, protettore degli animali al quale, in passato, i contadini si rivolgevano per guarire l’herpes zoster, il cosiddetto “fuoco di S. Antonio”. Le rappresentazioni si svolgono in maniera diversa nei diversii luoghi: sfilate di animali bardati e di figuranti e maschere, benedizione degli animali, canti, processioni.
Il 3 febbraio a Taranta Peligna si festeggia San Biagio con la distribuzione delle “panicelle”, piccole forme di pane che raffigurano quattro dita della mano, con impresso il marchio di S. Biagio e che i fedeli mangiano per proteggersi dal mal di gola.
Il Venerdì Santo in tutti i paesi si porta in processione il Cristo Morto. A Sulmona la Sacra Rappresentazione è organizzata dalla Confraternita della Trinità ed ha inizio all’imbrunire proprio dalla Chiesa della Trinità e accompagnata dal canto del Miserere e dai simboli della passione. I confratelli indossano il sacco rosso del sodalizio e, davanti alla Chiesa di Santa Maria della Tomba sono attesi dai confratelli della Madonna di Loreto che prendono in consegna le statue di Cristo Morto e della Madonna fino al rientro in Chiesa.
Sempre a Sulmona, la mattina di Pasqua si svolge la sacra rappresentazione della Madonna che scappa. Terminata la messa, dalla Chiesa Medievale di S. Maria della Tomba parte la processione della confraternita di Santa Maria di Loreto con il classico “mozzetto” di seta verde su camicia bianca. I confratelli sono preceduti dal Gonfalone e sorreggono le statue di Cristo risorto, San Giovanni e San Pietro. In prossimità dell’acquedotto medievale il corteo si arresta e la statua di Cristo rimane sotto un baldacchino rosso. Intanto le statue di S. Giovanni e S. Pietro attraversano la piazza e si dirigono verso la Chiesa di S. Filippo. Arrivati al portale della chiesa i due apostoli a turno bussano al portone per annunciare a Maria la resurrezione del figlio, ma solo al terzo tentativo di S. Giovanni, la statua della Madonna esce dalla Chiesa vestita di nero e, dopo alcuni passi, riconosciuto il Figlio, si solleva e, sorretta dai confratelli, inizia una frenetica corsa per abbracciare Cristo Risorto. Durante la corsa il manto nero cade e la Madonna appare vestita con uno splendido manto verde ricamato d’oro, mentre si levano in aria dodici colombi bianchi. Inoltre dalla mano destra di Maria scompare il fazzoletto bianco che viene sostituito da una rosa rossa.
Dalla direzione del volo dei colombi e dal modo in cui il manto cade a terra, i fedeli traggono auspici sull’annata agraria.
La prima domenica di maggio a Pretoro si svolge la festa di S. Domenico Abate. Dopo la processione nell’ambito della quale si porta in spalla il Santo attorniato da serpi, si tiene una rappresentazione che rievoca un miracolo a lui attribuito. I protagonisti sono tutti uomini, secondo l’antica tradizione teatrale, e rappresentano una famiglia di boscaioli a cui un lupo aveva rapito il piccolo. Dopo l’invocazione di S. Domenico da parte dei coniugi, appare un quadro con l’effigie del Santo e il lupo riporta indietro il bambino.
La prima domenica di maggio a Fara S. Martino si svolge l’antico rito propiziatorio delle “ndorce” (le torce) per invocare l’intercessione di San Martino eremita affinché cada abbondante pioggia durante il mese, importante per il raccolto. Il pellegrinaggio parte da Atessa e, dopo essere giunti a Fara San Martino, i pellegrini scendono verso le sorgenti Del Verde e nella Chiesa di San Pietro lasciano due torce di cera e due fasci di spighe. Proseguendo per un canalone, dopo essere passati per una “stretta”, arrivano ai ruderi dell’antica abbazia benedettina di S. Martino. Sulla via del ritorno nella strettoia alcuni si inginocchiano e raccolgono sassolini che spargeranno sui campi a scopo propiziatorio.
La prima domenica di maggio a Pratola Peligna si svolge la Festa della Madonna della Libera. Secondo una leggenda l’affresco raffigurante la Madonna con gli angeli, conservato nel santuario, sarebbe stato scoperto nel 1456 durante una pestilenza da un contadino al quale era apparsa in sogno la Madonna che gli annunciava la fine dell’epidemia.
L’otto maggio a Rapino si svolge la processione delle verginelle, ricca di elementi simbolici che ricollegano questa festa ad antichi riti agrari legati alla fecondità della terra. Le protagoniste sono le “verginelle”, bambine tra i 6 e i 10 anni che, vestite di bianco e rosa e adornate di fiori e ori, vengono offerte simbolicamente alla Madonna di Carpineto perché propizi la pioggia.
La prima domenica di settembre si svolge la “corsa degli zingari” della Madonna di Loreto a Pacentro. Gli zingari sono i partecipanti alla competizione, così chiamati perché vanno a piedi nudi. I giovani scalzi da Colle Ardingo scendono fino al fiume Vella e poi risalgono in paese fermandosi davanti all’altare della Madonna di Loreto.
La corsa rappresenta simbolicamente il passaggio dall’età puberale all’età adulta.
Il 10 novembre a San Valentino si svolge la “festa dei cornuti” che consiste in un corteo capeggiato dall’ultimo sposato nell’anno che sfila per il paese tra schiamazzi e allusioni all’infedeltà. Il corteo sfila per le vie del paese esibendo corna bovine e simboli fallici, le “reliquie”. Un tempo si sostava davanti alle abitazioni di quanti si riteneva avessero mogli infedeli.